Aprire Partita IVA all’estero e lavorare in Italia: è possibile?

Scopri 3 differenti casistiche in cui è possibile lavorare all'estero con partita IVA e avere clienti italiani.
Indice

«È possibile aprire Partita IVA all’estero e lavorare in Italia?» è la domanda alla quale, oggi, cercheremo di rispondere, prendendo in esame tre casi rappresentativi.

In un mondo sempre più globalizzato, infatti, la percentuale di ragazze e ragazzi disposti a viaggiare per esigenze di lavoro è cresciuta, via via, in modo esponenziale. Molti di loro sono definiti anche nomadi digitali che si spostano di posto in posto mantenendo il lavoro da casa.

L’Italia, in tal senso, non fa eccezione: sono tantissimi i giovani che hanno deciso di lasciare il Paese per trasferirsi altrove, in cerca di migliori opportunità professionali o di un ambiente più “fertile” e, quindi, adatto a recepire nuove idee imprenditoriali.

In questo articolo cercheremo di capire assieme se e come è possibile aprire partita IVA all’estero e lavorare in Italia, affrontando tre casistiche differenti.

E se alla fine avrai ancora dei dubbi, non temere.

Potrai richiedere l’assistenza di un esperto di Fiscozen, un servizio online dedicato all’apertura e la gestione delle partite IVA. L’ideale per i nomadi digitali.

Non scordarti che in esclusiva per tutti i lettori di Travellairs, potrai sfruttare un codice sconto di ben 50€ e lanciarti finalmente nel mondo delle partite IVA!

I casi in cui è possibile combinare partita IVA all’estero e lavorare con clienti in Italia

Apertura e gestione della partita IVA

Vediamo, perciò, cosa succede se un soggetto sceglie di aprire Partita IVA all’estero ma, al contempo, vuole continuare a lavorare per conto di clienti con sede in Italia.

Caso n.1

Claudia, libera professionista con Partita IVA italiana, trascorre più di 183 giorni all’estero e si iscrive all’AIRE presso un Paese membro dell’Unione Europea (o appartenente allo spazio SEE). Dunque, per stabilire a quale tassazione debba essere assoggettata, bisogna verificare sia il mantenimento del domicilio fiscale italiano, sia la provenienza del reddito prevalente: se almeno il 75% è stato prodotto in Italia (e tutti gli altri requisiti sono da ritenersi soddisfatti), Claudia può adottare il regime forfettario e versare il 15% d’imposte sul reddito imponibile. Inoltre, se possiede anche i requisiti per l’aliquota start-up, per i primi cinque anni di attività può beneficiare di un’ulteriore “sconto” sulle tasse, che calano dal 15% fino al 5%.

Diversamente, se il reddito prodotto in Italia è inferiore al 75% (o se sussiste almeno una causa di esclusione, come lo sforamento del limite di 65.000 € per i ricavi e i compensi annui, di 30.000 € per i redditi da lavoro dipendente o assimilati, ecc.), Claudia è obbligata a passare dal regime forfettario all’ordinario semplificato.

Caso n.2

Veronica, anche lei libera professionista con Partita IVA precedentemente aperta in Italia, si trasferisce in un altro Paese che, però, non fa parte né dell’UE, né dello spazio SEE. Alcuni esempi? Gli Stati Uniti, la Cina, gli Emirati Arabi, il Giappone, ecc..

Contrariamente a Claudia, Veronica non può accedere al regime forfettario, a prescindere dal luogo in cui hanno sede i suoi clienti o dalla porzione di reddito – dunque anche se maggiore del 75% – derivante da lavori svolti in Italia.

Nonostante ciò, la sua Partita IVA rimane italiana e, per questo, assoggettata alle norme fiscali che vigono nel nostro Paese. Veronica, quindi, versa le sue imposte all’Agenzia delle Entrate, secondo l’aliquota Irpef prevista per la fascia di reddito.

Caso n.3

Emiliano, programmatore informatico, lascia l’Italia nel 2007 e, per qualche tempo, lavora come impiegato presso importanti aziende negli USA e in Europa.

Dopo alcuni anni, decide di mettersi in proprio ed aprire Partita IVA all’estero – precisamente in Germania, dove risiede stabilmente – ma, nello stesso periodo, comincia a collaborare sempre più spesso con alcune realtà emergenti in Italia.

Come deve comportarsi? A quale tassazione sono soggetti i suoi incassi?

Ebbene, come sappiamo, la Partita IVA di Emiliano non è italiana, bensì tedesca.

Di conseguenza, nonostante lavori per conto di committenti con sede in Italia, Emiliano continua a versare le tasse in Germania, secondo le modalità indicate dal fisco tedesco.

Dunque, aprire Partita IVA all’estero e lavorare in Italia, sia fisicamente che da remoto, non costituisce problema. Allo stesso modo, è possibile stringere collaborazioni con clienti stabiliti in un Paese diverso da quello di residenza/domicilio fiscale.

Anche in casi del genere, tuttavia, la Partita IVA rimane soggetta alle regole e alla tassazione del Paese di apertura (ossia, nell’esempio in questione, la Germania).

Chiedi una consulenza gratuita a Fiscozen e ottieni 50€ di sconto sul servizio riservato esclusivamente ai lettori di Travellairs. Come ottenerlo? Non dovrai fare altro che cliccare su questo link: <<CODICE SCONTO FISCOZEN>> (cliccandoci verrai reindirizzato immediatamente alla pagina web di Fiscozen + Travellairs dove troverai i prezzi con lo sconto già applicato).

Giovanni Fabris

Giovanni Fabris

Freelance specializzato in SEM, SEO, affiliate marketing e creazione di siti web. Laureato in Economics and Management all'Università Ca' Foscari di Venezia. Parte della generazione Erasmus. Ha passato gran parte della sua vita viaggiando e spostandosi continuamente per tutta Europa, da Granada a Tallinn, passando per Madrid e Barcellona, dove ad oggi vive, lavorando e collaborando con numerose startup italiane ed internazionali.

Vuoi condividere l’articolo? Clicca qui!

Condividi su facebook
Condividi su email
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Entra a fare parte della community di Travellairs!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *